Home > Riviste > Minerva Urology and Nephrology > Fascicoli precedenti > Minerva Urologica e Nefrologica 1998 March;50(1) > Minerva Urologica e Nefrologica 1998 March;50(1):29-33

ULTIMO FASCICOLO
 

JOURNAL TOOLS

Opzioni di pubblicazione
eTOC
Per abbonarsi
Sottometti un articolo
Segnala alla tua biblioteca
 

ARTICLE TOOLS

Estratti
Permessi
Share

 

  XIV CONGRESSO DELLA SOCIETA' ITALIANA DI NEFROLOGIA SEZIONE PIEMONTE-VALLE D'AOSTA
(Ivrea, 5 ottobre 1996)
 

Minerva Urologica e Nefrologica 1998 March;50(1):29-33

Copyright © 1998 EDIZIONI MINERVA MEDICA

lingua: Italiano

Venti anni di esperienza sugli accessi vascolari «difficili»

Giorcelli G., Tricerri A., Vacha G.

Ospedale Mauriziano Umberto I - Torino, Divisione di Nefrologia e Dialisi


PDF


La sempre maggior sopravvivenza dei pazienti in emodialisi, e l’aumento progressivo dell’età dei pazienti uremici immessi in dialisi cronica pongono sempre più seri problemi nella creazione e mantenimento di accessi vascolari efficienti. Nei casi di estrema difficoltà di creazione di fistole arterovenose (FAV) utilizzando vasi esistenti agli arti superiori, è possibile utilizzare protesi vascolari, FAV all’arto inferiore, cateteri venosi centrali o indirizzare gli interessati alla dialisi peritoneale, se questa metodica è tecnicamente possibile.
Per valutare quantitativamente l’incidenza di tali fenomeni, abbiamo esaminato retrospettivamente la casistica operatoria per realizzazione di accessi vascolari del nostro Centro Dialisi, dal momento della sua apertura (1/9/1973) al 30/9/1996. In tale periodo (277 mesi) sono stati realizzati 1037 interventi per impianto di FAV (oltre a 65 impianti di shunt arterovenosi nei primi anni, e 28 cateteri venosi centrali permanenti negli ultimi 10 anni).
La sopravvivenza delle FAV protesiche si è rivelata inferiore a quelle su vasi naturali in 384 pazienti senza elementi di rischio clinico. Nei soggetti diabetici, portatori di vasculopatia, malattie sistemiche, età maggiore di 70 anni, la sopravvivenza delle FAV è risultata nettamente inferiore a quella del gruppo senza tali note di rischio, ma non abbiamo osservato, nel gruppo a maggior rischio, sopravvivenze sensibilmente differenti tra le FAV su vasi propri e le protesi.
Solo in 4 casi su 1037 interventi è stato impossibile realizzare accessi vascolari agli arti superiori (2 pazienti sono stati avviati alla dialisi peritoneale e a 2 pazienti sono state realizzate FAV alla coscia).
In conclusione l’esame retrospettivo della nostra casistica ci porta a ritenere che lo sfruttamento razionale del patrimonio vascolare naturale permette abitualmente un sufficiente margine operativo; in casi particolari tuttavia tecniche idonee (quali il catetere venoso centrale a permanenza o la FAV alla coscia) possono consentire di superare le situazioni più problematiche, in alternativa alla dialisi peritoneale.

inizio pagina