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Esperienze Dermatologiche 2011 December;13(4):157-62

Copyright © 2011 EDIZIONI MINERVA MEDICA

lingua: Italiano

Ruolo di Staphylococcus aureus nella dermatite atopica

Pascolini C. 1, Prignano G. 1, Passariello C. 2, Pecetta S. 2, Capitanio B. 3, Ensoli F. 1, Di Carlo A. 4

1 Unità Operativa Complessa di Patologia Clinica e Microbiologia, Istituto Dermatologico San Gallicano, Roma, Italia 2 Dipartimento Sanità Pubblica e Malattie Infettive, Università “La Sapienza”, Roma, Italia 3 Unità Operativa Semplice di Dermatologia Pediatrica, Istituto Dermatologico San Gallicano, Roma, Italia 4 Direzione Scientifica, Istituto Dermatologico San Gallicano, Roma, Italia


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Obiettivo. La dermatite atopica (DA) è una patologia caratterizzata da cute disfunzionale, particolarmente suscettibile alla colonizzazione da Staphylococcus aureus (oltre il 70-80%) che, a causa della produzione di tossine, può contribuire ad una esacerbazione dei sintomi.
Metodi. In questo studio è stata analizzata la prevalenza di S. aureus in 175 pazienti pediatrici affetti da DA e in 195 conviventi, in relazione alla gravità della malattia e per un corretto management clinico dei pazienti. È stata inoltre eseguita la caratterizzazione molecolare mediante PCR per la presenza dei geni per le tossine superantigene, e sono stati valutati i rapporti filogenetici tra i ceppi isolati in ambito familiare mediante analisi PFGE.
Risultati. I nostri dati hanno mostrato che sia i pazienti che i conviventi avevano una prevalenza maggiore di infezione/colonizzazione da S. aureus rispetto ai controlli e che tale prevalenza era proporzionale alla gravità del quadro clinico del paziente. Inoltre la caratterizzazione genomica degli isolati batterici ha mostrato un’identità clonale sia tra i ceppi isolati dai differenti siti di prelievo nello stesso paziente, che da ceppi provenienti dai conviventi, suggerendo l’esistenza di una trasmissione tra serbatoio nasale e lesione nello stesso soggetto atopico, e di una circolazione batterica intrafamiliare.
Conclusioni. I risultati ci hanno permesso di stabilire che l’ambiente familiare costituisce una fonte di infezione/reinfezione per il paziente ed una sorgente di rischio per i rispettivi conviventi suggerendo la necessità di individuare una corretta profilassi estesa anche ai conviventi, al fine di spezzare la catena di trasmissione.

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