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Minerva Medicolegale 2010 Giugno;130(2):101-7

lingua: Inglese

Attività chirurgica “suppletiva”: quale responsabilità in assenza di una adeguata informazione?

Gualniera P. 1, Scurria S. 2

1 Dipartimento di Medicina Legale, Università degli Studi di Messina, Messina, Italia
2 Medicina Legale e delle Assicurazioni, Dipartimento di Medicina Legale, Università degli Studi di Messina, Messina, Italia


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L’assenza di una normativa specifica sul tema dell’informazione e consenso, determina per gli operatori dei settori medico e giuridico l’esigenza di un continuo aggiornamento delle conoscenze e dei più attuali orientamenti giurisprudenziali e dottrinali in materia. La mancanza ad oggi di certezze non permette inoltre di fornire agli operatori sanitari un modello di comportamento tale da superare il conflitto tra diritto alla salute e libertà di autodeterminazione dei pazienti. In merito le Sezioni Unite Penali della Suprema Corte, con sentenza 21 gennaio 2009 n. 2437, si sono pronunciate su un “intervento di laparoscopia operativa e, senza soluzione di continuità, di salpingectomia che determinò l’asportazione della tuba sinistra”, a seguito del quale un chirurgo ostetrico era condannato in primo grado per il reato di lesioni personali volontarie aggravate, secondo l’assunto accusatorio di assenza di “un consenso validamente prestato dalla paziente, informata soltanto della laparoscopia”. La Corte ha stabilito alcuni principi che, pur se meno severi nei confronti dell’operatore sanitario, non paiono tuttavia risolutivi: il chirurgo che svolgendo l’atto operatorio effettui ulteriori attività non prospettate al paziente prima dell’intervento ma ritenute imprescindibili per la tutela della sua salute, non commetterà alcun reato, pur in assenza dello stato di necessità. Ma ciò solo finchè nell’espletare il “supplemento” operatorio il chirurgo si attenga alle lex artis e l’esito complessivo del trattamento chirurgico sia del tutto favorevole; ricorrendo invece il reato di lesione personale qualora dallo stesso trattamento derivino complicanze che possano configurare uno stato di “malattia”. Indifferibile pertanto un intervento del legislatore in materia.

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