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MINERVA GINECOLOGICA

Rivista di Ostetricia e Ginecologia


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Minerva Ginecologica 2006 December;58(6):471-7

Copyright © 2006 EDIZIONI MINERVA MEDICA

lingua: Italiano

L’aborto autoimmune: il fattore tiroideo

Palagiano A.

Dipartimento di Scienze Ginecologiche Ostetriche e della Riproduzione Seconda Università di Napoli, Napoli


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L’aborto, evenienza piuttosto frequente nelle coppie in età fertile, rappresenta un evento con una complessa genesi multifattoriale. Studi recenti hanno posto particolare attenzione alla correlazione tra le alterazioni della funzionalità tiroidea, soprattutto di tipo autoimmune, e l’abortività, evidenziando che le donne con storia di abortività, anche ripetuta o ricorrente, presentano con maggiore frequenza anticorpi antitiroidei nel sangue circolante oltre ad una prognosi gravidica più sfavorevole. Anche gli anticorpi anti-fosfolipidi sono chiamati in causa nell’eziologia dell’aborto ricorrente come conseguenza di un’anomala attivazione del sistema immunitario. Quest’ultimo può ostacolare l’instaurarsi o la prosecuzione di una gravidanza attraverso due meccanismi: producendo anticorpi o immunoglobuline che interferiscono con la coagulazione del sangue, o agendo direttamente contro la gravidanza, stimolato da antigeni estranei di provenienza paterna, di cui il feto è portatore. In letteratura ritroviamo attualmente due correnti di pensiero: la prima che attribuisce l’ipofertilità e l’infertilità di questi soggetti ad uno stato di ipotiroidismo subclinico o latente, non diagnosticabile coi routinari esami emato-chimici; la seconda, che ritiene responsabile del rigetto dell’embrione tutto il sistema immunitario e che la tiroidite sarebbe solo un’espressione parziale di un disturbo più generalizzato. Dall’analisi delle pubblicazioni correnti emerge che la patologia anticorpale tiroidea è correlabile ad un più elevato rischio di aborto, e pertanto la funzionalità tiroidea e la presenza di ATA andrebbero sempre verificate, prima e durante la gravidanza. L’ipotiroidismo, infatti, se non curato potrebbe avere effetti deleteri ed irreversibili sullo sviluppo neuropsichico del concepito. Non v’è omogeneità di vedute, invece, sul tipo di trattamento da effettuare. Attualmente risulta difficile valutare e comprovare l’efficacia delle terapie proposte in quanto mancano in letteratura estesi ed esaurienti studi prospettici, randomizzati ed a doppio cieco.

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