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MINERVA CARDIOANGIOLOGICA

Rivista sulle Malattie del Cuore e dei Vasi


Official Journal of the Italian Society of Angiology and Vascular Pathology
Indexed/Abstracted in: EMBASE, PubMed/MEDLINE, Science Citation Index Expanded (SciSearch), Scopus
Impact Factor 0,752


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REVIEW  


Minerva Cardioangiologica 2002 April;50(2):107-16

lingua: Italiano

La donna e le malattie cardiovascolari

Sannito N., Lovreglio V.


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Viene sottolineata l'importanza che assume la menopausa nel determinare ipertensione arteriosa, un rischio coronarico più elevato e dislipidemia per la quale si sarebbe rivelata particolarmente utile l'associazione degli estrogeni, solo se somministrati per os (da soli o con i progestinici) con le statine. Vengono passati in rassegna alcuni dei numerosi studi a favore o contro l'uso degli estrogeni nel ridurre l'ipertensione arteriosa e l'incidenza di cardiopatia ischemica nella donna in menopausa. Ai fini dell'efficacia terapeutica, la terapia estrogenica sostitutiva dovrebbe essere istituita non in età avanzata ma il più precocemente possibile (ottimali i primi 5 anni dall'inizio della menopausa), cioè prima che si riducano i recettori endoteliali per gli estrogeni; inoltre non dovrebbe essere prolungata per più di circa 5 anni per ovviare al rischio di cancro mammario e dell'endometrio. Per quanto riguarda l'infarto del miocardio, viene rilevata la maggior frequenza nella donna dell'infarto silente e atipico che comporta una diagnosi tardiva e quindi l'arrivo in unità coronarica mezz'ora, un'ora più tardi rispetto all'uomo; ciò, unitamente all'insorgenza dell'infarto del miocardio in età più avanzata nella donna rispetto all'uomo (5-10 anni) e unitamente anche al fatto che nella donna la diagnosi sarebbe meno accurata e la terapia meno sofisticata, renderebbe ragione della maggiore mortalità nella donna per infarto miocardico a breve e medio termine. Tuttavia, almeno in America, sarebbe emerso che la gestione diagnostico-terapeutica meno aggressiva dell'infarto miocardico nella donna rispetto all'uomo, non sarebbe di entità tale da provocare a 30 giorni dall'evento una rilevante differenza nella mortalità tra uomo e donna. Nel campo delle aritmie viene ricordato che la tachicardia sopraventricolare a complessi rapidi stretti, da rientro nel nodo atrio-ventricolare, è più frequente nel sesso femminile e nella seconda fase del ciclo mestruale luteinica o progestinica a dimostrazione dell'azione protettiva svolta dagli estrogeni sull'insorgenza delle aritmie. Viene anche sottolineata la frequente associazione tra ictus ischemico e fibrillazione atriale cronica non valvolare nelle donne di età superiore a 75 anni nelle quali vi sarebbe un rischio molto elevato (sino al 94%) di morte per ictus ischemico; in queste, se da un lato le linee guida raccomandano la terapia anticoagulante, dall'altro vi sarebbe un elevato rischio emorragico che condiziona non poco tale terapia. Infine la gravidanza può essere una condizione facilitante la comparsa di aritmie: ad esempio la tachicardia sopraventricolare ortodromica nel Wolff Parkinson White e la tachicardia ventricolare che solitamente regredisce nel post-partum.

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