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MINERVA ANESTESIOLOGICA

Rivista di Anestesia, Rianimazione, Terapia Antalgica e Terapia Intensiva


Official Journal of the Italian Society of Anesthesiology, Analgesia, Resuscitation and Intensive Care
Indexed/Abstracted in: Current Contents/Clinical Medicine, EMBASE, PubMed/MEDLINE, Science Citation Index Expanded (SciSearch), Scopus
Impact Factor 2,623


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REVIEW  III MEETING OF PAIN SECTION OF SIAARTI
INTERNATIONAL J. J. BONICA MEMORIAL
Capo Calavà (Messina), 20-23 Settembre 2004
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Minerva Anestesiologica 2005 July-August;71(7-8):439-43

Copyright © 2005 EDIZIONI MINERVA MEDICA

lingua: Inglese

Palliative care. Some organisational considerations

Welshman A.

Sue Ryder Foundation, Rome, Italy


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La gestione del dolore è effettivamente una delle più grandi sfide per il medico, lasciato solo di fronte al malato morente e alla sua famiglia; per gli specialisti in cure palliative questo rappresenta una sfida quotidiana.
Tuttavia, “curare quando possibile, recare conforto sempre” rappresenta in realtà solo una massima teorica se i medici non utilizzano tutte le armi a loro disposizione nel sollievo della sofferenza da dolore cronico. È sicuramente il caso degli oppioidi: morfina, eroina, i loro derivati sintetici e altri narcotici, una classe di medicinali che evoca immagini di tossicodipendenza e di illegalità. Dire che queste allusioni creano dei pregiudizi nei confronti degli oppioidi è usare un eufemismo. Una proporzione eccessiva di medici e pazienti hanno paura di avere a che fare con essi, anche nelle ultime fasi della vita.
Ciò è particolarmente vero nella cultura mediterranea. È qui in Italia che particolarmente deve essere fatto uno sforzo nell’educare sia i medici che la popolazione in generale; un compito arduo per modificare credenze radicate, che richiede un profondo e rapido cambiamento culturale. Coloro che rifiutano gli oppioidi per timore della dipendenza, e i medici che accettano diventando complici inconsci hanno la necessità di essere meglio informati.
Molti concetti erronei riguardo agli oppioidi hanno a che fare con la terminologia, dal momento che termini come “morfina, dipendenza” e “tolleranza” hanno significati completamente diversi nel linguaggio popolare e in quello medico. In aggiunta a ciò, la percezione e gli stessi atteggiamenti che il paziente può collegare a questa terminologia possono avere un profondo effetto sul successo o il fallimento di un programma per il controllo del dolore. Infatti, molta gente collega la morfina a una sorta di “viatico” di morte e questo li allontana dal trattamento.
È questo uno dei motivi per cui i medici italiani non prescrivono morfina, anche dopo i molti sforzi fatti recentemente dal Ministero della Salute per facilitare le norme prescrittive e contenere i costi?
Ciò è degno di seria considerazione.
Un altro aspetto importante è il gran numero di condizioni croniche che potrebbero giovarsi dell’uso di una tale alternativa. Il dolore severo da cancro è l’esempio più ovvio dell’utilizzo appropriato degli oppioidi, ma sicuramente non il solo. L’Associazione Nord-Americana per il Dolore Cronico del Canada (North American Chronic Pain Associationn of Canada, NACPAC) propugna l’utilizzo degli oppioidi per una vasta gamma di condizioni non maligne responsabili di dolore cronico severo, inclusi il “low back pain”, le malattie infiammatorie croniche dell’intestino, l’emicrania, l’AIDS, la sclerosi multipla e l’artrite.
I timori relativi al sotto-trattamento del dolore cronico hanno attirato l’attenzione di comitati a difesa del malato, politici e organizzazioni scientifiche.
Le preoccupazioni relative al sotto-trattamento del dolore cronico hanno catalizzato l’attenzione delle associazioni per la tutela dei pazienti, delle forze politiche e delle società scientifiche. La non conoscenza della legislazione sugli oppioidi, i pregiudizi sociali, e la mancanza di valide alternative di prescrizione per superarli, insieme alla scarsa formazione istituzionale dei fornitori rendono complessa la questione. Deve essere intrapreso un maggiore sforzo formativo prima che gli oppioidi possano essere visti in Italia come un trattamento razionale e sicuro per il dolore cronico.

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