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MINERVA ANESTESIOLOGICA

Rivista di Anestesia, Rianimazione, Terapia Antalgica e Terapia Intensiva


Official Journal of the Italian Society of Anesthesiology, Analgesia, Resuscitation and Intensive Care
Indexed/Abstracted in: Current Contents/Clinical Medicine, EMBASE, PubMed/MEDLINE, Science Citation Index Expanded (SciSearch), Scopus
Impact Factor 2,036


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HEMODYNAMIC MONITORING  SMART 2002 Milano 29-31 maggio


Minerva Anestesiologica 2002 Aprile;68(4):219-25

lingua: Inglese

Monitoraggio emodinamico

Bigatello L. M., George E.

From the Department of Anesthesia and Critical Care, Massachusetts General Hospital Harvard Medical School, Boston, Massachusetts


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Lo scopo del monitoraggio emodinamico è quello di mantenere un’adeguata perfusione tissutale. Il monitoraggio emodinamico classico si basa sulla misurazione invasiva delle pressioni arteriosa sistemica, pressione arteriosa polmonare e venosa centrale, e della portata cardiaca. Dato che il flusso di sangue di un organo non può essere direttamente misurato nella pratica clinica, si usa la pressione arteriosa, malgrado i suoi limiti, per stimare l’adeguatezza della perfusione tissutale. Una pressione arteriosa media (MAP) di 70 mmHg, associata a segni di adeguata perfusione d’organo, può considerarsi in un target ragionevole nella maggioranza dei pazienti. Nell’approccio alla ipotensione, causa più frequente di instabilità emodinamica in terapia intensiva, si possono utilizzare livelli crescenti di monitoraggio. Assumendo che la pressione venosa centrale (CVP) e la pressione polmonare arteriosa d’incuneamento (PAOP) siano delle stime adeguate rispettivamente del volume circolante sistemico e polmonare, si può suggerire il seguente albero decisionale: 1) fare una diagnosi operativa basata sulla relazione tra pressioni (CVP, e PAOP) e portata o gettata cardiaca (CO or SV); 2) prendere in considerazione le condizioni che possono alterare l’affidabilità della CVP e della PAOP nello stimare adeguatamente i volumi circolanti, come alterazioni della curva pressione/volume (compliance) del RV e del LV, aumenti della pressione intratoracica (PEEP, autoPEEP, pressione intra-addominale), malattie valvolari cardiache (stenosi mitralica); 3) osservare la storia del paziente; 4)separare la il RV dal LV osservando le variazioni reciproche di CVP, PAOP e SV. La CVP è spesso utilizzata come unico parametro nel monitoraggio emodinamico. Tuttavia sulla base della sola CVP, non è possibile differenziare tra variazioni in volume (differente curva di ritorno venoso), e variazioni in contrattilità (differente curva di starling). Infine, altre tecniche, quali l’ecocardiografia, il Doppler transesofageo, e i sistemi basati sul monitoraggio volumetrico, sono attualmente disponibili.

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